Per molti anni si è parlato di crisi dell’acqua, una definizione che suggerisce una fase temporanea di difficoltà seguita da una possibile ripresa. All’inizio del 2026, tuttavia, Kaveh Madani, direttore dell’UN University Institute for Water, Environment and Health, ha affermato che in diversi contesti non è più corretto parlare di crisi, ma di “bancarotta dell’acqua”.
Il concetto descrive una situazione in cui la pressione sulle risorse idriche supera stabilmente la capacità dei sistemi naturali di rigenerarsi. Come in un sistema economico, la bancarotta si caratterizza per due elementi principali:
- insolvenza, quando l’acqua viene prelevata o inquinata oltre i limiti sostenibili;
- irreversibilità, quando ecosistemi fondamentali come laghi o zone umide subiscono danni tali da rendere impossibile il ritorno alle condizioni originarie.
Secondo i dati citati nel rapporto delle Nazioni Unite, la pressione sui sistemi idrici globali è evidente. Oltre la metà dei grandi laghi del mondo ha registrato un calo dei livelli dagli anni ’90, mentre circa il 35% delle zone umide naturali è scomparso dal 1970. Inoltre, circa quattro miliardi di persone sperimentano condizioni di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno.
Il passaggio da “crisi” a “bancarotta” non vuole però essere solo un segnale d’allarme. L’obiettivo è promuovere una visione più realistica della situazione e spingere verso strategie di gestione più efficaci. Il rapporto invita infatti a passare da un approccio basato sulla risposta alle emergenze a uno orientato alla gestione strutturale delle risorse idriche, riconoscendo i limiti dei sistemi naturali e pianificando interventi più mirati.