L’impatto di una T-shirt nel suo ciclo di vita

25 February 2013

Questo video è stato recentemente realizzato dal WWF in collaborazione con il National Geographic. Tratta l’impatto ambientale di una maglietta di cotone, concentrandosi sull’uso di acqua ed energia, di cui le diverse fasi del ciclo di vita di una maglietta sono particolarmente “ghiotte”.Per fare una t-shirt sono necessari 2700 litri di acqua, ciò che una persona beve in 900 giorni.
Nel mondo l’acqua per il 97% è salata, il 2% è imprigionato nei ghiacci, solo l’1% è a nostra disposizione. Secondo il video, ben il 70% di questo 1% è utilizzato per coltivare il cotone.

La fase d’uso dell’abbigliamento, e di questo abbiamo già parlato , è particolarmente impattante proprio perché lavare, asciugare  e stirare i nostri capi consuma più che produrli. Un ciclo di asciugatura, in particolare, sempre secondo il video, utilizza 5 volte l’energia di un ciclo di lavaggio.
La soluzione qui proposta è quella di non asciugare la t-shirt con un’asciugatrice e di non stirarla, il che farebbe risparmiare 1/3 del carbon footprint della nostra maglietta.

Io penso che il video sia molto carino e ben fatto, però probabilmente molti non l’hanno capito. Tra le reazioni che ho letto online di coloro che l’hanno visto, molti sicuramente comprendono l’impatto del cotone, ma altrettanti rimangono molto scettici. Il cotone continua ad essere visto come la fibra preferita, morbida sulla pelle, naturale, fresca. Ci sono poi paesi nei quali i capi di abbigliamento si asciugano e si piegano, e stirarli è veramente un optional, ma non immagino un messaggio come questo passare in un paese come l’Italia.
Allora penso che forse, se c’è stata una mancanza, questo video pecchi per non aver offerto una soluzione di più ampio respiro, un’alternativa diversa, soprattutto una possibilità di redenzione per il cotone. Perché, diciamoci la verità, pochi riescono a immaginarsi una vita senza il cotone.

Vorrei però integrare le informazioni del video, aggiungendo qualche dato anche sul consumo di pesticidi per la produzione del cotone.
Secondo il sito olandese sul consumo sostenibile www.goedewaar.nl , il 20% dei pesticidi utilizzati a livello mondiale è destinato alla coltura del cotone, per un quantitativo tra le 150.000 e le 250.000 tonnellate. Gli insetti che danneggiano le piante di cotone con il tempo sono diventati più resistenti, e il quantitativo di pesticidi di conseguenza cresce. Per realizzare una t-shirt servono 250g di cotone e vengono utilizzati 125g di pesticidi. Al momento la produzione di cotone biologico arriva a circa l’1% della produzione mondiale di cotone.

Il libro “Intelligenza ecologica” di Daniel Goleman parla di LCA utilizzando anche l’esempio della t-shirt, e offre qualche approfondimento in più. Secondo l’autore, i pesticidi utilizzati, gli organofosfati, noti per provocare danni al sistema nervoso centrale delle persone, sono talmente aggressivi che “possono volerci fino a cinque anni senza l’impiego di pesticidi prima che anche soltanto i lombrichi vi facciano ritorno”.

Se pensiamo che l’alternativa ottimale sia data dal cotone biologico, per la cui coltivazione non vengono usati pesticidi, secondo Goleman ci sbagliamo di grosso. Ecco come lo spiega:

La T-shirt organica che ho comprato era tinta di blu scuro. Il filato di cotone viene sbiancato, tinto e rifinito con una serie di sostanze chimiche industriali tra cui figurano il cromo, il cloro e la formaldeide, ognuna delle quali ha una propria particolare tossicità. E, peggio ancora, il cotone non assorbe facilmente la tintura: gran parte di essa defluisce nelle acque di scarico della fabbrica, col rischio di finire nei fiumi locali o nelle falde acquifere. Alcune tinture tessili comunemente usate contengono sostanze cancerogene; gli epidemiologi sanno da tempo che i lavoratori delle tintorie industriali presentano tassi di leucemia insolitamente elevati. L’etichetta della mia t-shirt è un ottimo esempio di  greenwashing (letteralmente, “lavaggio verde”)….Anche se le T-shirt biologiche sono comunque un passo avanti, quando gli effetti negativi di un prodotto rimangono ignoti alla maggior parte della popolazione, la parte “biologica” rappresenta, nel migliore dei casi, solo un primo mattone per costruire un’economia più sostenibile o socialmente responsabile; al peggio, è solo uno stratagemma di marketing.

Una pubblicità di Cotton USA, apparsa qualche anno fa su una rivista e un poster nel Regno Unito con il testo “Soft, sensual and sustainable” è stata vietata dall’ASA, il garante inglese per la pubblicità. La ragione per questa decisione risiede proprio nella parola “sustainable”. Maggiori informazioni in questo articolo su The Guardian .