La causa climatica contro lo Stato italiano – Intervista ad Alessandro Coltré sulla campagna “Giudizio Universale”

27 November 2023

Secondo il Global Climate Litigation Report 2023 dell’UNEP (United Nations Environment Programme), l’utilizzo del contenzioso climatico è più che raddoppiato tra il 2017 e il dicembre 2022. Questo meccanismo è voluto dalla società civile per responsabilizzare governi e aziende, sollecitando l’azione per il clima e promuovendo la giustizia climatica.

La causa italiana è cominciata nel 2019 e vede coinvolti più di 200 ricorrenti. L’azione legale mossa contro lo Stato italiano è promossa nell’ambito della campagna di sensibilizzazione intitolata “Giudizio Universale” coordinata da A Sud, un’organizzazione ecologista indipendente. Nell’intervista di oggi approfondiamo questo tema con Alessandro Coltré, giornalista ambientale di A Sud.

Qual è l’obiettivo principale che ha ispirato la campagna e quali sono le accuse mosse contro lo Stato italiano?

La campagna si inserisce nella scia dei contenziosi climatici europei. La concentrazione è maggiore nel nord Europa e fra tutti spicca il caso olandese.

Nell’ambito italiano, si tratta di una causa civile presentata ad un tribunale, nello specifico quello di Roma. Le richieste dell’impianto accusatorio sono principalmente due:

  • arrivare ad una condanna per inadempienza climatica, ovvero mettere in chiaro l’inazione climatica da parte dello stato;
  • condannare lo stato e attuare un target di riduzione delle emissioni, che è stato stimato essere del 92%.

Il contenzioso tiene conto del comportamento che ha avuto l’Italia in quanto paese industrializzato, quindi quanto ha emesso nella storia. Il target di riduzione è una grande ambizione della causa. In generale, comunque, il contenzioso punta ad avere una sentenza in cui si richiama lo Stato italiano a ridurre le emissioni, accettando anche un target alternativo proposto dal giudice.

L’impianto accusatorio si basa sia sulle premesse di natura giuridica che sulle evidenze scientifiche citate all’interno dell’Atto di Citazione, come IPCC, UNFCCC…

Perché fra tutti è stato preso a riferimento proprio il caso olandese?

Il caso olandese, Urgenda Foundation v. State of the Netherlands, è preso come esempio principale perché ha avuto un riscontro positivo e, soprattutto, è uno fra i primi contenziosi climatici. Inoltre, questo caso ha una chiara impostazione da campagna, quindi punta fin da subito ad avere una dimensione sociale in cui connettere altri contenziosi climatici. Qui è da subito presente l’idea di far diventare il contenzioso climatico uno strumento, non l’unico ma sicuramente uno dei tanti.

Esiste un network che unisce gli enti che hanno sostenuto delle climate litigation nei vari paesi. Questo gruppo consente di scambiarsi informazioni e avere un confronto. È uno strumento molto utile per raccogliere nuovi spunti di riflessione, tenendo in considerazione le dovute differenze legate alle accuse e/o ai sistemi giuridici.

Quali sono gli attori coinvolti nella causa?

La difesa è costituita dallo stato, che viene rappresentato dall’avvocatura di stato mentre l’accusa raccoglie circa 200 ricorrenti, tra cui sono presenti organizzazioni ecologiste, associazioni e singoli cittadini, di cui una decina sono minori rappresentati dai genitori. L’ampio range di età rappresenta il carattere intergenerazionale della causa. Uno degli enti coinvolti è Terra, che lavora nella filiera agroalimentare dove il cambiamento si sta concretizzando più velocemente. Cito anche Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE), ovvero una rete di medici italiani che mette in relazione il binomio ambiente e salute.

Immagine: a sinistra l’avvocato Luca Saltalamacchia, al centro la statua della dea della Giustizia e a destra Lucie Greyl di A Sud

Da chi è nata l’idea del contenzioso climatico in Italia?

L’idea nasce nel 2019 con l’emergere delle prime climate litigation europee in un concerto di idee di fondazioni ed enti di promozione. Il coordinamento della campagna da parte di A Sud ha consentito, poi, di aprire una discussione anche giuridica-accademica. Diversi giuristi che seguono il diritto ambientale e del clima si sono, infatti, interessati alla causa. Si tratta di un ambito in fase di esplorazione e costruzione, in cui è necessario mettere in relazione l’ambito ambientale e il grado di responsabilità dello stato, anche davanti a delle evidenze scientifiche.

Nell’impianto accusatorio viene messo in evidenza come i diritti umani siano stati lesi perché lo stato ha agito consapevolmente mettendo a rischio la popolazione, ignorando gli effetti della crisi climatica descritti dagli accordi internazionali e dai rapporti scientifici.

Qual è il ruolo della giustizia nella campagna “Giudizio Universale”?

“Giudizio Universale” non ha un valore simbolico perché si tratta di una vera causa, anche se la portata del caso va al di là di quanto verrà deciso in tribunale.

L’idea della campagna è quella di cercare nella giustizia ciò che non si trova nel dibattito politico oppure di stimolarlo. A livello internazionale esistono già degli accordi firmati dallo Stato italiano, sebbene la classe dirigenziale del paese non sia ancora riuscita a tradurli in azioni concrete. La discrepanza fra eventi climatici estremi e la reazione di negazione del problema rende evidente l’inazione italiana. La scarsa attenzione alla crisi climatica si può esprimere in due modi, attraverso il rifiuto di un legame fra gli eventi estremi e il cambiamento climatico di origine antropica oppure giustificando il fenomeno come occasionale.

Un altro tema di particolare interesse per “Giudizio Universale” è il consumo energetico italiano perché ancora troppo spesso legato a fonti non rinnovabili, come i combustibili fossili.

La dimensione della crisi climatica è particolarmente rilevante nel dibattito attuale, come mai si è sentito parlare poco della causa nei media mainstream?

Si tratta di una causa civile, in cui gli avvenimenti eclatanti sono pochi, quindi probabilmente suscita poco interesse. Il posizionamento mediatico è sicuramente un aspetto importante ma per niente scontato. I riflettori si accendono solo quando c’è l’udienza, che diventa l’occasione per rimanere sulle agende mediatiche più a lungo.

L’interesse iniziale non aveva deluso le aspettative, dato che più canali avevano riportato la notizia al momento della deposizione e della prima udienza. Sfortunatamente l’inizio del dibattimento si è intersecato con l’avvento della pandemia, quindi l’attenzione dei media si è presto spostata.

Generalmente il picco di interesse si registra anche quando ci sono dei disastri naturali dovuti al cambiamento climatico.

Quali sono i risultati che sono stati raggiunti attraverso le climate litigation e che vi hanno motivato a portare avanti la causa italiana?

Una grande motivazione è la diffusione sempre maggiore di questo approccio, tanto che negli ultimi report dell’UNEP si registra un aumento consistente dei contenziosi climatici in tutto il mondo. La società civile considera le climate litigation uno strumento utile a prescindere dagli ordinamenti giuridici specifici ad ogni stato.

Oltre al caso olandese, ce n’è un altro di particolare interesse. Si tratta del “caso Duarte” che è stato portato avanti in Portogallo da degli attivisti particolarmente giovani a seguito degli incendi di qualche anno fa. Qui si sottolinea che la violazione dei diritti umani è trasversale a tutte le generazioni.

Per quando è attesa la sentenza?

La sentenza dovrebbe arrivare fra la fine del 2023 e l’inizio del 2024. Nel frattempo, verranno depositate le memorie finali da entrambe le parti. Non dovrebbero esserci altre udienze e si dovrebbe andare a sentenza diretta. Sicuramente il tribunale si pronuncerà. Il processo è andato avanti perché l’impianto accusatorio è stato considerato ammissibile. Questo è un segnale positivo e di apertura da parte del tribunale, che vuole discutere argomenti che non stanno avendo il giusto spazio politico.

Nell’attesa e dopo la sentenza quale sarà la strategia della campagna?

La scelta di una strategia è sicuramente un’operazione complessa. Tuttavia, “Giudizio Universale” è una campagna quindi va oltre la mera sentenza. L’idea è di farla vivere a livello territoriale attraverso varie iniziative, intrecciandola con l’attivismo climatico. A seguito dell’ultima udienza si è scelto di non fare una conferenza stampa così da favorire un’assemblea pubblica con i vari movimenti del clima, come Ultima Generazione, Social Rebellion e molti altri.

Parte della nostra attività è anche quella di sensibilizzare le persone alla crisi climatica, quindi ci capita di organizzare attività nelle scuole. Attraverso gli enti che hanno aderito alla campagna, è possibile diffondere la consapevolezza ambientale in numerosi territori. Questo permette di raccontare la campagna in contesti diversi, attraverso l’organizzazione di climate camp, festival ambientali, webinar e assemblee territoriali. Ognuna di queste iniziative diventa una cassa di risonanza per “Giudizio Universale”, che si nutre di nuovi spunti e rinnovato entusiasmo.

In quest’ultima fase, si sta cercando di territorializzare sempre di più l’attività della campagna collegandosi alle iniziative organizzate dai movimenti per il clima. È importante intensificare questo dialogo perché, quando la causa è iniziata, alcuni gruppi di attivisti non esistevano ancora. Gli interessi sono comuni, quindi è importante creare nuovi legami di supporto e cooperazione. Trattandosi di una causa globale, a volte viene percepita come distante, questi legami territoriali aiutano le persone ad avvicinarsi e a sentirsi parte del cambiamento.

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